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PIGLIO. BENEDETTO DE PILEO UMANISTA DEL XV SECOLO (1365-1423)
I de Pileo fu una famiglia feudale baronale forse di dinastia locale, più probabilmente anagnina  e l’ultimo discendente, Benedetto, si distinse tra il trecento e il quattrocento nel mondo degli scrittori e fu l’autore di un poema in lingua latina nel quale, per un centinaio di versi, descrive ed esalta il suo paese natale: Piglio.
Un’ampia descrizione della famiglia feudale i de Pileo viene riportata nell’estratta dal bollettino dell’Istituto di Storia e di Arte del Lazio Meridionale n° 1 – 1963  dal titolo “Il Castello del Piglio ed i suoi Feudatari” pubblicata da G.Marchetti-Longhi e da Mario Berucci. La prima notizia della famiglia de Pileo si ha dal sec. XII in poi in un Tholomeus de Pileo in un atto sublacense del 1161. Furono suoi figli un Petrus de Pileo padre a sua volta di un secondo Guido, di un secondo Berardo, di Rinaldo, di uno Stefano e di una femmina andata in sposa ad un milite di Trevi nel Lazio, Giovanni Cristiano.
Benedetto de Pileo, si recò come umanista al Concilio di Costanza (5 Novembre 1414 – 22 Aprile 1418) al seguito di S. Angelo Pietro Stefaneschi degli Annibaldi, protonotario apostolico, elevato alla porpora di Cardinale, da Innocenzo VII, l’11 Giugno 1405.
Questo Concilio fu importantissimo non solo perché pose fine al grande scisma di Occidente che travagliava la Chiesa sin dal 1378 ma anche perché contribuì in maniera notevolissima allo sviluppo dell’Umanesimo nei Paesi oltre le Alpi.
La figura e l’opera di Benedetto sono state oggetto di una tesi di laurea in letteratura umanistica, difesa presso l’Università di Roma dalla prof.ssa Paola Sarandrea, matricola 26233, Relatore il Ch.mo Prof. Aulo Greco, Anno Accademico 1964-65.
Grazie proprio alla Professoressa Paola Sarandrea i pigliesi hanno potuto conoscere la storia di questo grande umanista del ‘400, ignorato da tutti e per il quale altrimenti  come per il Carneade di manzoniana memoria i pigliesi non avrebbero potuto altro che chiedersi: “ Chi era costui “?
Benedetto nasce a Piglio nel 1365 e dal 1385 passa a Bologna per perfezionare i suoi studi umanistici e tornare poi a Piglio come insegnante di classici, successivamente anche ad Anagni e a Velletri. Nel 1410 viene chiamato nella curia romana come scrittore apostolico e con tale incarico si reca a Costanza in Germania per seguirne il Concilio che avrebbe posto fine allo scisma dell’occidente. Qui Benedetto sperimenta una prigionia quanto mai feconda perchè in tale occasione comporrà il suo più famoso scritto “ Libellus Penarum” dove elogia il Piglio in un centinaio di deliziosissimi versi. Così Benedetto descrive il suo paese natio:
“Montibus est longus circondatus undique collis,
Unum detectum sed tenet ipse latus,
Quo latere et campos pulcros videt ille patentes
Et celum larga comoditate patet,
Qua bonus ille locus venientem conspicit austrum
Ac zefirum, et solem tempore utroque videt
Hic Pilei positum est non expugnabile castrum,
Vitibus hoc dives, dive set arboribus”.
Benedetto poté lasciare la prigione solo dopo otto mesi e precisamente il 25 Novembre (Festa del Beato Andrea Conti).
Tornato a Roma nell’ottobre del 1420 insieme al Pontefice Martino V, Benedetto fu fatto segretario della cancelleria papale e poté godere della pace restauratasi in seno alla Chiesa solamente per poco tempo.
La morte lo colse nel 1423 ed il suo corpo venne seppellito nell’antica chiesa (ora distrutta) di San Lorenzo a Piglio.
La prof.ssa Paola Sarandrea in una intervista ha così riferito :
sono stata più volte a Piglio, piccolo paese della Ciociaria sorto sul luogo di Capitulum Hernicorum, (antica città degli Ernici) , ricordato da Plinio e Strabone, ed ho dovuto constatare che nessuna traccia, nessun ricordo di questo umanista esiste.
Anche le persone che si interessano di storia locale, hanno appreso il nome di Benedetto per la prima volta da me. Il desiderio di dare a questo umanista la sua giusta importanza e di dire qualcosa di nuovo intorno alla sua personalità (ciò che si augurava il Wattenbach) mi ha spinta a proseguire la ricerca anche quando questa sembrava che dovesse raggiungere scarsi risultati; spero di essere riuscita nell’intento.
Un risultato del tutto positivo è quello di aver stabilito, e ciò lo ho riferito più dettagliatamente nella mia tesi di laurea, la data precisa di morte e il luogo ove fu sepolto. Possa, conclude  la Sarandrea, la mia fatica, se non schiudere le porte della gloria a Benedetto, sollevarlo dalla posizione di oblìo in cui il destino lo aveva fino al 1965 relegato”.
Sarebbe opportuno che l’opera della Sarandrea entrasse nelle scuole di Piglio per far studiare la vita di questo grande umanista, che insieme ad Antonio Volsco da Priverno, Giovanni Antonio Sulpizio da Veroli, Martino Filetico da Filettino e Ambrogio Fracco da Ferentino, vissuti tutti in pieno ‘400, hanno fatto onore alla Ciociaria.
Benedetto fu tra i primi segretari apostolici chiamati da Oddone Colonna, una volta divenuto pontefice con il nome di Martino V, il quale, benché personalmente contrario al movimento umanistico, non poté fare a meno dal circondarsi di segretari umanisti.
La nomina di Benedetto a segretario apostolico dimostra il suo grande prestigio; infatti solo ai segretari più abili si affidavano affari così importanti come lo scrivere lettere a principi e prelati come quella redatta da Benedetto, nella quale si loda la grande fedeltà alla Chiesa dei fratelli Farnese. Questa lettera è un documento valido per la dimostrazione dell’abilità e diligenza di Benedetto.
Nell’Ottobre del 1420, Benedetto ritornò a Roma insieme al regnante Pontefice, ma solamente per poco tempo il nostro umanista poté godere della pace restauratisi in seno alla Chiesa.
Infatti dopo appena tre anni lo colse la morte, che il Bertalot fissa nella primavera del 1423.
Molto probabilmente Benedetto morì a Roma, ma fu riportato nel suo paese natio per essere lì seppellito accanto alle spoglie del Beato Andrea Conti di cui aveva parlato nei suoi scritti e di cui era devotissimo.
Infatti in un libro del ‘600 esistente nel convento di San Lorenzo in Piglio, l’autore Fr. Bonaventura Theuli, parlando proprio di questo convento, riportava il seguente epitaffio, inciso su una lapide che costituiva la soglia della porta secondaria della chiesa del convento:
+ B. De Pileo MCCCCXXIII
Qua Potui Vivens Sublimia Semper Amavi
Hac Igitur Moriens Iussi Me Sede Locari.
Giorgio Alessandro Pacetti

Di sgtest

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