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Tre attività imprenditoriali si sono aggiunte a quelle già esistenti.
Per anni il rustico borgo chiamato Civita di Bagnoregio è stato preso come riferimento per denunciare il depopolamento di un luogo, come emblema di una “Città che muore” destinata all’inevitabile oblio con la sua bellezza architettonica contrapposta ad una suggestiva fragilità fatta di continui dissesti del territorio e da un inesorabile sprofondamento.
Insomma le cause che hanno condotto un borgo etrusco di 2000 anni di storia ad essere ormai disabitato sono diagnosticabili come quelle dovute ad una malattia che affligge il territorio.
Ma negli altri centri urbani laziali, cosa sta accadendo?
Cosa succede a Piglio?
Le cause sono molteplici e certamente una varietà di esse sono di natura antropologica originate dalla deindustrializzazione del territorio, dall’affermazione del settore terziario su quello primario, dalla capillare diffusione di centri commerciali e grandi catene di distribuzione che hanno portato a Piglio, così come è accaduto ad altri borghi della Ciociaria e non solo, al ridimensionamento dell’agricoltura, dell’allevamento.
Sono state chiuse le piccole botteghe alimentari, le officine dello stagnaro, del falegname, del fabbro, del calderaio, del ciabattino, del lattoniere e soprattutto, del maniscalco perché asini, cavalli e muli sono ormai una rarità!
Anche le osterie, le popine così chiamate nella Roma imperiale, non ci sono più e mancano allora quei luoghi pigliesi di conversazioni che univano gli anziani e i giovani, gli avvenimenti d’altronde oggi si apprendono da device elettronici, dai gruppi facebook, da whatsapp ecc.
Oggi si fanno acquisti dai marketplace e il banditore o lo strillone sono figure presenti soltanto nei ricordi, ormai non di tutti.
Se a tutto ciò si aggiunge la costante denuclearizzazione del centro abitato, si capisce che lo spopolamento assume apparenti toni di maggiore rilevanza rispetto quanto effettivamente è riscontrabile.
Non mi dilungo sulle quelle che possono essere le cause più o meno ovvie che hanno alimentato questo fenomeno ma alcune circostanze fanno ben sperare su una possibile quanto auspicabile rinascita del borgo di Piglio.
In effetti gli esercizi pubblici a partire dall’Arco della Fontana sino verso il centro storico sono spariti, superstiti sono solo un barbiere, una sarta, una tintoria, due ristoranti.
Sono numerose, però, le altre attività, alcune storiche, che si snodano lungo la strada Provinciale Piglio-Altipiani di Arcinazzo e i titolari, con vivacità e profondo impegno, si prodigano in una missione di sostegno e vicinanza alla popolazione attraverso la loro presenza, mettendo a disposizione i loro servizi.
Mi riferisco a quelle pizzerie, ristoranti, agenzie di pratiche auto, negozi di vestiti, cartolerie e tabaccherie, laboratori di analisi clinica, laboratori enogastronomici ecc.
Qualcuno potrà pensare che siano temerari taluni che recentemente si sono cimentati in nuove attività imprenditoriali: nei mesi scorsi è stata aperta una Lavanderia industriale dal titolo “Valepoint” in Via Piagge da Valentina Massimi, dal 1° di giugno 2024, è stata aperta anche un’attività alimentare dal titolo “Sapori e Bontà Alimentari” da Claudio Pignalberi in Contrada Piagge, difronte al belvedere “Pallino” e nei giorni scorsi è stata inaugurata la nuova Enoteca “La Vineria di Laura Testa”.
Bisogna puntare sul territorio.
Il vino e l’olio possono rappresentare la rinascita e il futuro del Piglio, possono dare una nuova spinta che però deve essere assolutamente vigorosa.
La Sagra dell’Uva evidenzia come la gente abbia voglia di scoprire il territorio pigliese e, perché no, voglia di innamorarsene e di viverlo.
E’ questa la sfida che attende il Piglio e la sua popolazione, questo nuovo pullulare di idee deve tradursi in opportunità e coraggio per non cadere nell’oblio perché le fondamenta di Piglio sono solidissime.
A Valentina Massimi, a Claudio Pignalberi, a Laura Testa e ad Anna Saccucci giungano gli auguri da parte della Redazione.
Giorgio Alessandro Pacetti

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